PRC-Impastato-Mafia

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mercoledì, 02 luglio 2008

Comincio a pensare che questo congresso abbia maledetto il mio PC. Quando c'è la linea non funziona il provider, quando funziona il provider si rompe la scheda madre....

Ripartiamo dall'appello di Micromega e, dicciamolo fin da subito, preparatevi a un post in controtendenza. Anche potendo non andrei a quella manifestazione. Indipendentemente dagli impegni presi in precedenza non ne condivido lo spirito e le personalità che ne sono protagoniste. Questo nonostanza la mozione Ferrero abbia dichiarato la sua adesione.

Cerco di andare con ordine.

Lo spirito

Sembra quasi che il problema del governo Berlusconi siano le leggi ad personam. Ora, per l'amor di Dio, saranno scandalose quanto volete, saranno indecenti, saranno un insulto alla democrazia... ma chi è che non ha fatto le leggi sul conflitto di interessi? Chi è che per due anni non ha cancellato nemmeno mezza legge fatta dal nano malefico, tra quelle condannate nei girotondi? Davvero Micromega si può stupire delle scarse reazioni di Veltroni a un esecutivo quasi difeso da Napolitano? Insomma le leggi incriminate sono un riflesso di quanto il centro-destra approvò nella sua scorsa legislatura. L'ala critica del PD non pensò mai di scendere in piazza per questo. Anzi, ricordo ancora le parole che maledicevano il popolo del 20 ottobre. Per come la vedo io Berlusconi non verrà mai condannato. Ha avvocati troppo pagati perchè possa capitargli. E se anche accadesse? Davvero vogliamo parlare di Andreotti? Condannato, eppur nessun lo sa. O Previti? Ha fatto da capro espiatorio ma cazzo (scusate il francesismo) vi sembra viva come un criminale?

Perchè non facciamo una manifestazione che tocchi varie tematiche e dia il giusto peso alle varie questioni? Ma le impronte digitali ai ROM? L'atteggiamento tenuto, in generale, con gli immigrati? Il federalismo di cui si parlerà post estate? La distribuzione delle risorse? I provvedimenti economici? Insomma a me questa manifestazione sa tanto di Italia dei Valori

Personaggi

Ed infatti per me l'Italia dei Valori resta un partito di destra, che se non avesse il chiodo della magistratura e l'odio DiPietro-Berlusconi, potrebbe tranquillamente sedere alla destra dell'UDC. Mi ricordo ancora Grillo che urlava contro i cinesi ("dovete sventolare il tricolore") o invitava a sparare sui gommoni. Oh, guarda caso, Travaglio se la fila con entrambi. Vogliamo parlare di cosa pensa la platea IDV-Grillo dei movimenti? O dei fatti di Genova?

Parliamo di Micromega? Un gruppo di elitari che si è tranquillamente schierato per il voto utile. Che scende in piazza quando pensa sia giusto ma è pronto a riserrare i ranghi appena il capetto di partito dà segni di insofferenza. La cultura della responsabilità e la traduzione della cultura di governo. Ossia nessuna opposizione. Semplicemente un'amministrazione differente. Sarò estremista, ma io voglio parlare di alternative e opposizioni radicali. Non diverse solo perchè non si condivide lo stile di Berlusconi. Innanzi tutto io sono contrario ai contenuti di questo esecutivo. Porofondamente e radicalmente contrario ai loro provvedimenti. Ed infatti, come molti possono constatare, la vicinanza su numerosi temi tra PD e PDL mi rende chiaro che sono entrambe proposte da respingere. Ovviamente con il giusto peso. Ma ripartire a sinistra con personaggi ambigui credo sia una falsa partenza.

postato da: SanteCaserio alle ore luglio 02, 2008 09:42 | Permalink | commenti (7)
categoria:politica, prc , partito democratico
martedì, 24 giugno 2008

Da Liberazione online...

Viaggio nei congressi di Rifondazione/1 Cintura di Torino, dove vince la mozione 1 (Ferrero-Grassi-e altri/e)
 
«Ma quale identità, oltre il partito c'è il nulla»
Salviamo ciò che esiste per riprenderci il domani
 
Maggio 2007, l´allora segretario del Prc Franco Giordano e l´allora ministro della Solidarietà ...

Stefano Bocconetti
Torino (nostro inviato)
Là dove vince Ferrero. Un breve, brevissimo viaggio - superificiale come tutti i viaggi - in quel pezzo d'Italia che prima era «il territorio della Fiat», così come lo era dell'Olivetti. Ora è ancora un po' della Fiat ma è anche tante altre cose: università, banche, scuola, design, ricerca, cinema. Il Piemonte, insomma. Viaggio, brevissimo viaggio in questo "pezzo" di Rifondazione dove la mozione firmata dall'ex ministro della Solidarietà sembra affermarsi. Certo, mancano ancora i congressi cittadini, manca ancora qualche sezione di quelle che "pesano", ma la tendenza è quella. In qualche caso, marcata.
E che partito si sta disegnando? Ridisegnando? Per il cronista la risposta è difficile, complicata. Ti accorgi che c'è un mix di nostalgie e speranze, difficile anche solo da raccontare. Tanto vale far parlare i protagonisti, allora. Alberto Deambrogio è, appunto, uno di loro. E' il segretario regionale di Rifondazione. A raccontare che tipo di dirigente sia, prima ancora delle parole, ci pensa la sua storia personale. E forse - almeno un po' - anche il modo come è arredata la sua stanza. Immagini, poster, foto che raccontano della Val di Susa, le lotte che lui stesso ha dato una mano a costruire. Ma anche immagini delle occupazioni dei sem terra brasiliani, battaglie di terre lontane. Immagini dove non c'è una sola falce e martello. Sì, forse una, ma è in un manifesto di Rifondazione.
E la sua storia è un po' in sintonia con queste immagini. Viene da Casale Monferrato (e dice che «non è facile farsi accettare a Torino, anche in un partito di sinistra, se si viene dalla provincia»), ed ha «incrociato» Rifondazione tardi. Molto tardi. Aveva già fatto l'università, era tornato a casa e assieme ad amici aveva costruito una delle tante associazioni di cui è piena la sua regione. Un po' luogo di ritrovo, luogo di discussione, un po' organizzazione politica di base. Loro pensavano, discutevano su come cambiare una sinistra che non li soddisfaceva. Poi l'incontro con Rifondazione, l'impegno nel partito. La scelta di diventarne un dirigente. E consigliere regionale. Prima ancora che lo prevedesse lo Statuto, però, lui aveva già deciso che questo suo incarico sarebbe stato a tempo. Fra un po' se ne andrà, insomma, andrà a fare altro. E non ha molta paura del futuro, visto che di anni ne ha solo quarantadue.
Lui, insomma, li conosce i «movimenti», le vertenze territorio per territorio. Lui, nella sua cittadina, ha dato una mano a costruire una sede unitaria per la sinistra. Per questo - no, non si inalbera perché è tranquillo, pacato, riflessivo e anche molto simpatico - la prende male se gli chiedi come faccia uno con la sua storia a sposare una tesi «neoidentitaria», come si dice oggi. Quella di chi non vede il partito come fine ultimo, ma quasi. «Sbagli - dice - e sbagli di grosso». Anche per lui Rifondazione è solo un mezzo. «E sia chiaro - aggiunge - non sto parlando di un partito qualsiasi, sto parlando di quella Rifondazione che ha scelto di innovarsi, di sperimentare. Di innovare».
Lui non sa che fine debba fare il partito domani, ma sa che oggi ce n'è bisogno. «Perché qui da noi, più che altrove, in controluce si può leggere nettamente il rapporto che c'è fra lotte sociali e voto». La sinistra, Rifondazione, insomma, ha retto solo laddove era stata protagonista di vertenze, di battaglie. A lui interessa questo, niente altro. Non gli interessano, insomma, le «mummie», non gli interessa un partito che vive solo di simboli o di ricordi. «A me il partito serve per ricominciare, nei territori, le vertenze, le aggregazioni. Mi serve per riprovare a costruire pratiche sociali unitarie». Vorrebbe organizzare le comunità locali. Domanda: ma non ti sembra un controsenso, provare ad essere animatori di movimenti che devono essere «autonomi», plurali - lui stesso lo sottolinea - e poi mettere in piedi un partito nel quale quelle comunità non possono riconoscersi? Perché magari si definiscono in un altro modo, perché sono cattolici, ambientalisti, animalisti, socialisti o qualunque altra cosa? Non è un controsenso suscitare battaglie unitarie e poi costruire un partito che, anche nella migliore delle ipotesi, non potrà rappresentare tutti i protagonisti di quei movimenti? «Sbagli anche in questo caso. Io sono rispettoso dell'autonomia politica, culturale di chi ho davanti. Sono rispettoso al punto tale che trovo sbagliata, sbagliatissima la storia della "costituente" di sinistra di cui parla Vendola. Perché lo sanno tutti che andrà a finire con la nascita di un nuovo soggetto politico. E allora, ti chiedo: chi è che ha una concezione antica? Io che mi impegno a garantire la pari dignità di tutte le posizioni o chi pretende di ridurre ad una tutte le differenze?».
Ma ad Alberto Deambrogio non va di fare polemiche. Gli interessa di più insistere sul «come ripartire» dopo la sconfitta. «Abbiamo bisogno di nuove pratiche politiche. Subito, ora. Da sperimentare nei territori».
Ed eccoli, allora, queste territori. Castellamonte è un piccolo centro, ad una quarantina di minuti da Torino. Un po' dopo l'aeroporto di Caselle. Un nome che potrà non dire molto ma è un centro significativo. Anche se si vuole "leggere" Rifondazione, quel che avviene lì dentro. Perché qui il partito - età media alta, altissima - è fatto soprattutto di pensionati che una volta erano alla catena di montaggio. Alla Fiat soprattutto ma anche nelle altre fabbriche dell'indotto. Oggi, la cittadina è quasi irriconoscibile. Qui, adesso, chi è che dà lavoro è quasi solo l'azienda pubblica dell'acqua. Centinaia di dipendenti. Anche la sezione del Prc è nuova, tre o quattro anni. Pulita, riverniciata, ordinata. Non proprio efficiente magari: la macchinetta del caffè è andata da ormai due anni. Qui, gli anziani si riuniscono una volta a settimana, il venerdì, la sera. E non prendono caffè, un grappino magari sì, ma niente caffè. E poi, sul tavolo, trovi le copie di Liberazione vecchie di mesi, quando ancora usciva nel formato grande. Comunque, la stanza nel giorno del congresso è piena. Non sono tantissimi, ma le sedie sono tutte occupate. E qualcuno resta anche in piedi.
Si consumano le operazioni burocratiche, la verifica dei presenti, il loro diritto al voto. Operazioni che fanno un po' sorridere in una stanza dove si conoscono tutti. Da una vita. Poi, la sala ascolta con attenzione quel che hanno da dire i presentatori delle varie mozioni. Ascoltano, chiedono chiarimenti. Ma si vede che ne hanno già discusso fra di loro. La pensano più o meno tutti allo stesso modo. E la pensa allo stesso modo anche un altro anziano, che prima di cominciare la discussione porta al tavolo della presidenza la sua lettera di dimissioni. Con sù attaccata con una attach la tessera di Rifondazione. Non se la sente più di continuare in un partito diviso in correnti, di un partito che sente lontano.
Gli altri qui se lo aspettavano, hanno provato a convincerlo ma non c'è stato nulla da fare. E allora si va avanti. Si chiamino Mario Peretti, Walter Morando, Ezio Raffeghelli, Giovanni Vautero e tanti altri. Il loro è un fuoco di fila. Raccontano aneddoti della campagna elettorale e spiegano che si è perso - almeno qui si è perso - perché non c'era la falce e martello nella scheda elettorale. Dicono che loro non faranno mai parte di un partito che non abbia quel nome e quel simbolo. Dicono che «prima di tutto», prima delle alleanze e delle analisi, c'è la sopravvivenza del partito. A questo bisogna dedicarsi.
Fra di loro c'è anche una ragazza, diciottenne. Rachele Contaro. Non prende la parola, non parla al congresso. Come tanti suoi coetanei sta cercando un lavoro, sta cercando qualcosa da fare finite le scuole superiori. Non ha molta voglia di parlare. Se insisti con mille cautele, però, ti spiega che per lei il partito non è un'entità astratta. «Non so come dirti: a me serve un partito. Che esista, che ci sia. Che magari mi aiuti nelle mie, nelle nostre battaglie. Che mi aiuti a cambiare la mia condizione». Quasi le stesse parole, userà anche un'altra donna. Giacometta Papas, l'unica che sia intervenuta nel dibattito. Anche lei chiede innanzitutto di salvare il partito. Non ha identità da salvaguardare, non ha simboli da preservare. Chiede una sorta di partito di servizio. «Qui la gente non ce la fa, tanti non ce la fanno. Mi serve un partito per ricominciare ad organizzare queste persone, dargli uno strumento per provare a cambiare».
Tanti non ce la fanno. Per tanti è difficile, difficilissimo. Come per quella ragazza che non ha i quindici euro per pagare la tessera di Rifondazione. Sembra assurdo ma è così. Poi si vota: alla mozione Vendola neanche un voto, uno a quelle di Pegolo. Gli altri, tutti gli altri votano la mozione di Ferrero. Tutti e sei i delegati saranno della prima mozione.
Andranno al congresso di federazione a difendere le ragioni di un partito che deve riscoprire la sua natura operaia. Che deve difendere i suoi simboli. Che, se serve, deve fieramente difendere le ragioni della sua esistenza. Lo dicono tutti e chiaramente. Il resto viene dopo: anche la vicenda dell'acqua. Che qui, nonostante quello che si possa pensare, costa più che a Torino. Perché anche se si è a due passi dalle montagne è inquinata e prima di essere distribuita nelle case deve essere depurata. Una battaglia che può aspettare, però, prima c'è il partito.
Renato Patrito, è anche lui un dirigente di Rifondazione. E' torinese, lavora all'assessorato provinciale alla solidarietà sociale, è tesoriere della federazione. Spesso, in questo periodo, va in giro per congressi a spiegare le ragioni della mozione Ferrero. Questi discorsi, i discorsi di un congresso come quello di Castelmonte un po' lo mettono in imbarazzo. O almeno non sono i suoi discorsi. Certo, lui dice che comunque compito di un gruppo dirigente è quello di portare sul «terreno dell'innovazione» tutto il corpo del partito. Anche chi vive con lo sguardo rivolto al passato.
E lui all'innovazione ci crede. Crede anche in un progetto unitario. Che metta assieme la sinistra. Il problema - dice - «è che fuori da Rifondazione c'è il deserto». Esattamente il «deserto dei Tartari», dove invece di un nemico immaginario tutti aspettano un «amico». Ugualmente virtuale: la Sinistra democratica, i Verdi, i dirigenti dei metalmeccanici. «Fuori da Rifondazione, non c'è nulla, lo vogliamno capire o no?». E allora, non si può disperdere questo partito, questa comunità sull'altare di qualcosa che non esiste. Se non nelle fantasie di qualche dirigente romano.
Tornando a Torino, Renato Patrito continua a parlare. E ti accorgi che anche per lui le cose non sono così semplici, non sono tutte bianche o nere. Lui, come tutti, sperava in un altro risultato. Che avrebbe potuto avviare un'altra stagione di rapporti a sinistra. «Qualche volta però - dice - bisogna andare a lezione dalla realtà. E la realtà ci dice che fuori da Rifondazone non c'è nulla». Il risultato di questa analisi, allora, è uno solo: bisogna salvare l'unica cosa che è rimasta. Salvarla e continuare a tarsformarla. Ma innanzitutto salvarla.
Forse, ma questo non lo dice, anche a costo di dare spazio a chi sembra aver cancellato gli ultimi dieci anni di Rifondazione. A chi ha già pronta una ricetta facile facile. Tornare davanti alle fabbriche, tornare a dare qualche volantino e così, come d'incanto, tutto sarà risolto. «Le cose non stanno esattamente come dici - riprende il segretario regionale, Alberto Deambrogio - ma al fondo delle cose che dici c'è un minimo di verità». La verità di una sinistra, non solo di un partito, che ancora non è riuscita a superare, ad innovare la sua cultura originaria. C'è una sinistra, non solo un partito, che ancora pensa che Torino sia una città operaia, solo operaia. E da qui fa discendere tutto il resto, le sue analisi, le sue battaglie. «C'è una sinistra ancora molto alla ricerca di una sua identità», aggiunge Deambrogio. Tutta la sinistra, anche le nuove espressioni. Perché forse non è un caso che qui, a Torino, ci siano i centri sociali più chiusi. Più settari. Non è un caso che qui sia più difficile che altrove parlare di ambiente, di differenza di genere, di diritti. Di povertà, che non sia solo quella economica. Lui, e tanti con lui, credono che per superare tutto ciò ci voglia più Rifondazione. Più partito. I mesi dopo il congresso diranno se avevano ragione.


24/06/2008

postato da: SanteCaserio alle ore giugno 24, 2008 08:57 | Permalink | commenti (13)
categoria:politica, vita personale, prc
domenica, 22 giugno 2008

Sotto trovate un'iniziativa importante... Intanto godetevi questo estratto da un articolo tratto liberamente da il Giornale.

Perché preti e laici cattolici usano la bandiera arcobaleno come simbolo di pace invece della croce? Non sanno che quella bandiera è collegata alla teosofia e al New Age? È netto e documentato il giudizio contenuto in un articolo pubblicato da «Fides», l’agenzia della Congregazione vaticana per l’evangelizzazione dei popoli diretta da Luca De Mata, nei confronti del vessillo, simbolo del movimento pacifista, appeso anche nelle chiese e da qualche prete pure sull’altare. 

Le origini della bandiera della pace vanno ricercate, spiega l’agenzia, «nelle teorie teosofiche nate alla fine dell’800. La teosofia (letteralmente “Conoscenza di Dio”) è quel sistema di pensiero che tende alla conoscenza intuitiva del divino». Il pensiero della corrente rappresentata dalla bandiera arcobaleno si basa sullo «gnosticismo», sulla «reincarnazione e trasmigrazione dell’anima», sull’esistenza di «maestri segreti» e riconduce al New Age, mentalità che predica la libertà più assoluta e il relativismo, l’idea dell’«uomo divino», il rifiuto della nozione di peccato.

«Fides» spiega che esistono diverse versioni di questa bandiera, una delle quali è riconosciuta ad Aldo Capitini, fondatore del Movimento nonviolento, «che nel 1961 la usò per aprire la prima marcia per la pace Perugia-Assisi», mentre un’altra «segnala che la sua origine risale al racconto biblico dell’Arca di Noè» e dunque sarebbe un simbolo cristiano a tutti gli effetti. In realtà - scrive l’agenzia dopo aver ricordato che è anche il simbolo dei movimenti di liberazione omosessuali - la bandiera rappresenta un’idea secondo la quale «per esempio è possibile mettere sullo stesso piano partiti politici o gruppi culturali che rivendicano, legittimamente, la difesa della dignità della donna, e gruppi, come è accaduto recentemente in Europa, che rivendicano la depenalizzazione dei reati di pedofilia. Si tratta ovviamente di aberrazioni possibili, solo all’interno di una mentalità relativistica come quella che caratterizza le nostre società occidentali».

Invece ritengo di fondamentale importanza dare la propria adesione all'appello contro il premio per la mediazione dei conflitti etnici e sociali a Blaise Compaoré (assasino di Sankara), assegnato dalla Regione Toscana. Trovate tutte le informazioni qui. Semmai dovesse sfuggirvi l'indirizzo a cui mandare "nome e cognome" per l'adesione è

antoniomele@yahoo.fr

postato da: SanteCaserio alle ore giugno 22, 2008 12:30 | Permalink | commenti (13)
categoria:politica, appelli
venerdì, 20 giugno 2008

Ero indeciso su cosa scrivere in questo post.

Da una parte è la prima volta che il mio circolo non si esprime all'unanimità.

Intanto un pò di dati;

- dai 27 tesserati che eravamo siamo passati a 37 (la cifra precisa mi manca)

- 18 voti mozione Vendola, 7 voti mozione Acerbo (Ferrero), 2 astenuti, 1 voto mozione Disarmiamoci

La segretaria mi ha fatto i complimenti per esser riuscito a portar 'sì tanti voti a una mozione opposta alla sua (è vendoliana). Da questo punto di vista posso solo esser contento. Anche perchè ho rifiutato i cammelli (persone che vengono solo per votare e poi spariscono, magari neanche di sinistra).

I vecchi compagni, se si escludono me e la segretaria, si sono quasi tutti astenuti o hanno votato la 5. Nessuno si è espresso appoggiando in pieno una mozione, anzichè un'altra. A nessuno, come ho scritto nel mio intervento, piace come siamo arrivati a contarci. La cosa iniziava alle 18:30, mentre si votava alle 22. Verso le 21-21:30 è arrivata una folla notevole di facce sconosciute o quasi. Qualcuno dice che erano tesserati anche l'anno passato. Ma erano comunque fantasmi, perchè eravamo tutti stupiti. Il sospetto che fossero cammelli e parenti è molto alto, ma preferisco lasciar perdere sospetti non verificabili. Anche perchè di solito da noi votano 9 persone...

Guardando alle cose positive sarò delegato al Congresso Provinciale, così da poter mantenere un profilo autonomo anche più "su".

E' possibile che, nonostante i risultati, diventi segretario del circolo. La cosa non è semplice, ed infatti non so se accetterò; tutti gli attivi han votato Ferrero o si son astenuti (tranne la segretaria, ovviamente).

Non mi interessa fare polemica. Il circolo resta unito nel fare. Sono rimasto deluso da com'è andata ma non mi metto a criminalizzare nessuno. Può anche darsi che queste persone si siano fatte avanti perchè volevano, e che semplicemente non abbiano il tempo di fare qualcosa di più del semplice votare.

Il nostro lo abbiamo fatto. E il congresso va avanti. L'importante è aver rifiutato certe logiche, e aver mantenuto un profilo onesto. La politica è anche morale, per quel che mi riguarda.

postato da: SanteCaserio alle ore giugno 20, 2008 09:00 | Permalink | commenti (24)
categoria:politica, vita personale, prc
martedì, 17 giugno 2008
Non ho il tempo per dedicare un post alla notizia... mi limito ad aggiungere questa premessa, perchè ha rilevanza obbiettiva oltre che personale; è morto, all'età di 86 anni 

Mario Rigoni Stern

 Non avrei avuto comunque molte parole che valesse la pena scrivere... ci sono igà quelle che ha scritto lui
 
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Intervento al Congresso di circolo
rifondazionenonsiscioglie
Non lo trovo molto soddisfacente. Ma con condizioni di salute molto precarie ho riscritto due o tre volte, abbandonando l'intento ed accontentandomi. L'etica di Fucina impone la pubblica denigrazione. :-)
 
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Cari compagni,
come Antonella condivido l’importanza che attribuisco al nostro circolo e al partito della Rifondazione Comunista. Oltre, ovviamente, a comprendere il ruolo fondamentale che la Sinistra deve avere, oggi più che mai. Credo che occorra avviare una riflessione seria e non militarizzata a mozioni sul senso che può avere il nostro stesso essere in politica. Ritengo fondamentale capire che da molti anni siamo andati in una degenerare della situazione politica, soprattutto del Partito. Nonostante Rifondazione resti l’unica realtà ex-parlamentare che abbia cercato di muoversi, di comprendere i cambiamenti senza cedere ai riformistucci (come li chiamerebbe Gramsci), è evidente cha abbiamo sbagliato molte cose.
Già chiedere ai nostri militanti cosa intendono per comunismo sarebbe interessante e so che in questo stesso circolo rischieremmo di non finire più. Questo, a mio modo di vedere, è un patrimonio unico. Non avere una risposta standardizzata su canoni togliattiani è un buon punto d’inizio.
Questo congresso ha rimandato la riflessione oltre l’estate, dopo l’elezione di nuove segreterie. Lo ritengo un errore grave. Prioritario era interrogarsi, non conquistare le segreterie, che andrebbero chiuse fino a che i circoli non torneranno a riempirsi. Nel dibattito a cui stiamo assistendo sui giornali in queste settimane sembra essere sfuggito che ormai non rappresentiamo quasi più nessuno.
 
Sono amareggiato rispetto alla situazione nazionale, e parlo di quello che si è venuto a creare soprattuto dopo la sconfitta. Subito si è sentito parlare di golpismo e c’è chi si è sentito capro espiatorio non appena si è parlato di responsabilità.
 
Prima di spiegare la mia scelta, per una volta diversa da quella di Antonella, volevo ringraziarla, non tanto per avermi citato, quanto per l’impegno e il cuore che ha dato al Partito e al circolo. È stata per me un esempio importante e se non mi sono mai risparmiato è stato anche perché vedevo che c’erano anche altri a dare il massimo possibile.
 
Detto questo provo a dirvi perché ritengo il voto alla mozione Acerbo (quindi Ferrero, Grassi, Mantovani) la scelta migliore per il nostro partito. Mettendo in premessa che se siamo arrivati ai pesci in faccia tra Russo Spena e Giordano, tra Vendola e Ferrero, la responsabilità è di entrambi. Dalle polemiche sulla TAV ai sospetti tesseramenti nel meridione. Non criminalizzo una sola parte del partito. Sarebbe opportunista e, francamente, ipocrita. Le poltrone sono poltrone, concedetemi questa cattiveria gratuita. E le poltrone sono in 4 mozioni su cinque, incluse quelle di Vendola e Ferrero.
 
Io non credo che questo congresso ci darà risposte e non penso nemmeno che a settembre avremo trovato la luce alla fine del tunnel. Credo che questo congresso ormai ci sia arrivato tra capo e collo e sia necessario affrontarlo. Soprattutto per chi non è mai stato coinvolto in strani disegni e ragiona in modo autonomo.
 
Potrei attaccare a spiegarvi cosa non condivido delle 4 mozioni che non voterò. Sarebbe però inutile, perché poi si scadrebbe in un botta e risposta del tutto inutile per me.
Cerco di dirvi brevemente i motivi per cui darò il mio voto convinto alla Prima;
Ø                  è l’unica a raccogliere almeno una minoranza cospicua che chiede a gran voce la gestione unitaria e aveva fortemente richiesto un congresso che evitasse la militarizzazione delle mozioni, andando per un confronto a tesi
Ø                  non parla di unità dei comunisti e stop. Non parla di unità con i socialisti e stop. Occorre rendersi conto che c’è poco da unire in quel che fu la Sinistra Arcobaleno, se non la segreteria di Fava, gli amici di Dalema e una minoranza dei Comunisti Italiani, per non parlare di pochissime tessere dei Verdi.
Ø                  l'unità và fatta sui contenuti e con la gente. Altrimenti facciamo come con la SARC, che ha ottenuto un 3,2% chiaro ed esplicito. Dobbiamo recuperare quei voti persi in utilità, in delusione, in astensione. Non abbiamo più fatto niente di sinistra, in questi due anni, a parte qualche slogan e un paio di manifestazioni. Abbiamo perso la gente, senza rimarcare una netta distinzione col PD. Non siamo più credibili e non presentiamo nessuna idea alternativa di società.  Per questo dobbiamo tornare a confrontarci con quelli che pretendiamo di rappresentare. E non mi si venga a dire che gli elettori anti-comunisti dei Verdi o gli ex-diessini possono condividere le mie proposte strutturali di alternativa. È ovvio che un’unione di forma frustrerebbe ancor di più i militanti.
Ø                  io ho sperimentato l’unità della sinistra in campagna elettorale, e credo di sapere di cosa parlo. Siamo d’accordo su numerosi punti. E su quelli dobbiamo parlare ad una sola voce, magari interpellando ben altro rispetto a quei miseri palazzotti di partito che sono rimasti dopo la batosta elettorale. È stato citato recentemente il partito del Pomodoro olandese, che ha fatto del radicamento sociale il suo punto forte. Su questo mi sento di essere d’accordo (anche se non condivido le posizioni di chi ci vorrebbe plasmare sul modello olandese).
Ø                  per radicarci nuovamente fra le persone non possiamo pensare di fare una confusione meramente formale. La buona volontà non è bastata. Il nostro partito rappresenta una possibilità unica per sbloccarci da questo stallo drammatico. Proprio per quello che dicevo all’inizio delle tremila visioni che si hanno del termine “Rifondazione Comunista”. Nel caso vincesse la parte più vicina a Sinistra Democratica o la parte più vicina ai Comunisti Italiani credo che avremmo l’esatto opposto di un processo unitario. Rischieremmo di vederci divisi in tre tronconi. Da una parte chi in questi mesi ha parlato di comunismo come tendenza culturale, che è un’opinione legittima che non oso criminalizzare quindi non mi fraintendente, dall’altra i comunisti “puri” (si fa per dire). E nel mezzo la mozione Ferrero. In pratica io credo possibile che questo partito si spacchi in tre, arrivando a qualcosa di obbrobrioso per il nostro stesso Paese. Io credo che ripartire da Rifondazione voglia dire recuperare il nostro partito. In questa campagna elettorale eravamo in meno di 5 a lavorare per le elezioni. Dove sono andati a finire tutti gli altri? Io credo di aver convinto diverse persone a partecipare a un processo importante che rilanci il nostro circolo. Perché non mi illudo delle possibilità che abbiamo e voglio scommettere molto sul locale e sulle potenzialità che abbiamo nell’immediato. Voglio però che rimanga un partito come Rifondazione a farci da contenitore, senza vederne snaturato nulla, se non i processi di burocratizzazione e verticistici tenuti nell’ultimo periodo.
 
Per ultimo, quasi a battuta, ecco altri due motivi
o       Dalema sostiene che dialogherà con il PRC solo in caso di vittoria di Vendola.
o       Ochetto ha parlato dell’idea di Vendola e Fava come del suo vero progetto alla Bolognina. Beh, insomma, un po’ come dire “ecco cosa doveva diventare la Quercia”. Ma compagni, non siamo nati contrapposti alla Quercia?
 
Sono battutacce che vorrei non facessero dimenticare quanto ho detto prima, che tutto era men che un discorso poco serio.
postato da: SanteCaserio alle ore giugno 17, 2008 23:37 | Permalink | commenti (22)
categoria:politica, vita personale, prc
lunedì, 16 giugno 2008

Da rimanere senza parole. Prendo solo due casi, ma ci sarebbe da non finire più (con i giornali a fare da gran cassa a 'sto nuovo clima politico che è ancora più popullista e conservatore del precedente nano malefico).

Il governo ritiene necessaria l'espulsione degli immigrati che vengono qui per delinquere e, continua, individua il principale strumento di soluzione del problema nell'istituzione del reato di immigrazione clandestina, poi vedrà come comportarsi con le prostitute. Ques'tultime però, come le badanti, devono essere salvaguardate secondo forti correnti trasversali. I clienti delle stesse invece non devono neanche essere menzionati. Altrimenti i parlamentari subirebbero la sindrome di Cesare, parlando di sè stessi in terza persona.

E nel momento in cui tutto il mondo cerca di spiegare (anche da pulpiti discutibili) perchè il reato di immigrazione clandestina non è affatto una trovata felice ecco il PD, che individua la barricata su cui ergere l'ostruzionismo parlamentare.

Le carceri sono già piene e non sono capaci di far fronte a questo nuovo reato, apprezzabile nella sostanza ma impraticabile nei fatti. L'imbarazzo dei democratici sarà grande quando accanto ad ogni centrale nucleare verranno costruite nuove strutture ri-educativa (AH).

Magari i 'tallica potranno portare la loro nuova tournè per le nostre carcerci, visto che il tema sta loro molto a cuore.

Un nuovo importante tema viene toccato da questo bellissimo parlamento.

Per la sicurezza del cittadino, che i dati dimostrano essere sempre più vittima della criminalità non organizzata, mentre si sta combattendo con successo ogni forma di associazione mafiosa, verrà spedito l'esercito nelle strade. E' solo in prova, per non più di un anno, e si sta valutando se affiancare il coprifuoco dalle 23. Però si toglierebbe lavoro alle prostitute e i parlamentari non saprebbero più cosa fare, a casa con le noiose famiglie.

E nel momento in cui tutto il mondo cerca di spiegare (anche da pulpiti discutibili) perchè l'esercito per le strade non è affatto una trovata felice ecco il PD, che individua la barricata su cui ergere l'ostruzionismo parlamentare.

No, l'esercito spaventa il cittadino, povera piccola bestia urbana. Di certo il problema della sicurezza è esattamente quello individuato dalla destra, e di certo la risposta oppressiva è quella migliore. Però dai ragazzi, l'esercito fà troppo old fashion (pubblicità Peperlizia docet), come pure quelle camice nere che alcuni dei nostri sindaci vorebbero mandare per le strade, inseguendo le ronde padane. Abbiamo candidato un generale, vediamo di conquistarci anche i sindacati di polizia e carabienieri. La controproposta e rafforzare organicamente i carabinieri. Ci vogliono più caramba!

postato da: SanteCaserio alle ore giugno 16, 2008 09:30 | Permalink | commenti (28)
categoria:politica, immigrazione, carceri
sabato, 14 giugno 2008

Repubblica piange.

Hanno tirato uno schiaffo all'Europa. Gli irlandesi andranno trasformandosi in una massa indistinta di beceri cattolici e protestanti, che piomberanno in una sorta di feudalesimo medievale. Dobbiamo uscire fuori da questa situazione. Napolitano denuncIa (con più convinzione dei suoi balbettanti appelli contro le morti sul lavoro, rivolti a non si sa bene chi); facciamo l'Europa con chi ci sta, non facciamoci fermare.

Con chi ci sta è anche la frase dei vendoliani per unire le segreterie, curioso.

E così criticare l'UE è sintomo di anti-europeismo. Così come criticare Israele è sinonimo di anti-semitismo. Siamo sempre lì. Con un'arroganza strabiliante si è evitato in tutti i modi la consultazione popolare. L'Irlanda è stata l'unica a chiedere il referendum, evitando di passare esclusivamente per i parlamenti.

Oltretutto il nostro neanche rappresenta l'Italia, avendo un blocco unico con la pattuglia dipietrista. E non lo dico da comunista senza partito in parlamento. Lo dico guardando con un pò di commiserazione e un pò di schifo tutto quel popolo della destra che era assolutamente contrario e si sarebbe ritrovato solo la Lega ad opporsi. Poi c'è la sinistra. Ma la sinistra, anche quando è in Parlamento, è come se non ci fosse (per come si è ritrovata a votare di questi ultimi tempi), e ci abbiamo fatto l'abitudine.

Insomma, torniamo a parlare di Unione Europea in modo serio. La destra si attacca a discorsi buffi  ("sennò ci imporranno l'aborto" sbraitavano in Irlanda) ma esiste un fronte del NO decisamente più sensato. Qualcosa che ha a che fare con la dignità dei lavoratori, con il lavoro come diritto e non come catene.

Applicare regole iper-liberiste, togliere ogni caratteristica sociale, su cui invece l'UE aveva accennato a nascere, non conquisterà mai i cuori dalla gente.

Importante è stato il NO operaio. Prevedibile il SI' della middle class che, visto il suo impoverimento, non si è ritrovata per niente convinta e affatto compatta.

La povertà crescente apre gli occhi su un sistema sbagliato. Su un divario tra economia reale e finanza che però verrà continuamente sostenuto dai governi populisti come il nostro, seppur con più esercito nelle strade.

Ah già. Preparatevi. Quando troverete una pattuglia per la città dovrete indovinare se è verde leghista o verde esercito.

postato da: SanteCaserio alle ore giugno 14, 2008 09:57 | Permalink | commenti (11)
categoria:politica, europa
venerdì, 13 giugno 2008

Un  premio speciale per la mediazione dei conflitti etnici e sociali è quello riservato dalla Regione Toscana a Blaise Compaoré.

Tralasciamo inutili rabbie, scontate indignazioni o lunghe analisi storiche.

Mi limito a una semplice citazione da Wiki;

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Divenne presidente del Burkina Faso il 15 ottobre 1987 in un sanguinoso colpo di stato in cui il predecessore, Sankara, fu ucciso. Compaoré descrisse l'uccisione di Sankara come un "incidente", anche se vi sono forti dubbi. Dopo aver assunto la presidenza, annullò molte delle riforme portate avanti da Sankara, giustificandosi dicendo che la sua politica era una "rettifica" nella rivoluzione burkinabè.

Poco dopo esser diventato Presidente fece eliminare due dei principali leader rivoluzionari, Henri Zongo e Jean-Baptiste Lingani, accusati di aver tramato contro il regime.

La salita al potere di Compaoré diede al paese una stabilità politica che fino ad allora era mancata. Compaoré diede al Burkina Faso istituzioni democratiche ed aumentò la libertà di stampa. In ogni caso, il Presidente Compaoré e la Guardia Presidenziale sono stati coinvolti nella morte del giornalista Norbert Zongo ed hanno continuato ad intimidire i media in Burkina Faso, secondo l'ONG Reporter senza frontiere.

La responsabilità di Blaise Campaoré nell'assassinio dell'ex-Presidente è stato oggetto della prima azione contro il Burkina Faso, iniziata da Mariam Sankara, vedova di Thomas Sankara. Nell'aprile 2006, il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha emesso una condanna per il fallimento da parte del Burkina Faso nell'investigazione sulle circostanze della morte di Thomas Sankara (e per non aver processato i responsabili della morte di Sankara)

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postato da: SanteCaserio alle ore giugno 13, 2008 11:32 | Permalink | commenti (2)
categoria:politica
martedì, 10 giugno 2008
NOTE DA LONTANO
Le mozioni di Rifondazione
Noi siamo dalla parte della Chiesa crediamo nei valori di solidarietà, giustizia, tolleranza, rispetto e amore dei più deboli. Siamo sullo stesso piano su cui opera la Chiesa da sempre... Il mio governo non può che compiacere il Pontefice e la Chiesa
Rossana Rossanda

Non si può dire certo che si siano precipitati in molti a leggere le mozioni per il congresso di Rifondazione Comunista che si terrà a luglio. Forse il fatto che sarà un congresso, e drammatico, a deciderne a maggioranza le fa considerare più pretesti che testi. Ma a torto. Sono la prima riflessione, bruciante, su se stessa della sinistra che è stata esclusa dalla rappresentanza politica e della quale Rc è stata per diciasse anni la parte maggiore e determinante. Il congresso dovrà decidere - si è detto e scritto - se Rc si dovrà confermare come partito o mettersi in discussione in una costituente con le altre parti della sinistra sconfitta che ne sentano il bisogno. In verità si è già deciso: sarà il partito stesso a definire la sua sorte, il che ha una sua logica.

Tutti sappiamo però che cosa è il congresso di un partito e quali altri meccanismi, non inerenti alle mozioni, prepotentemente vi giochino, quali che siano in partenza le intenzioni delle parti in causa.
D'altra parte, non conosciamo altre forme del far politica che non ne ripetano, e non sempre in meglio, le liturgie: femminismi, ambientalismi, movimenti non sono riusciti a risolvere il dualismo fra pluralità e unità, e a non frammentarsi, con ferite e strida. Nessuno sembra capace fino ad ora di evitare lo scoglio tra il fare ciascuno gruppo a sé e per sé e l'unificazione più o meno forzosa, più o meno flessibile, della abominata «forma partito del Novecento». I convinti che la forma segue, che è «quel che si fa» a decidere «chi e come si è», non piacciono a nessuno - la sottoscritta ne sa qualcosa. Amen.
Tornando alle mozioni, leggerle non farebbe male. Scritte a caldo, sotto la batosta elettorale - che resta ancora, ahimè, una brutale sbattuta di muso con il mondo che ci sta attorno - esse riflettono questioni che nessuno, sinistra o centro che sia, può ragionevolmente scansare. Non sono documenti burocratici, se mai in alcuni punti ripetitivi, qualche volta fin contraddittori e convulsi. Sono cinque. Dei quali uno, la mozione di metodo a firma Franco Russo è stata, a quanto pare, scartata subito: proponeva di darsi sedi di discussione più ampia di un congresso, di non concludere questa specie di istruttoria sulla perdita di consenso subita con la nomina di un gruppo dirigente, e soltanto dopo passare al congresso vero e proprio di una forza politica nuova, o rinnovata, o semplicemente confermata.
Degli altri quattro, due - uno firmato dal gruppo che regge «L'Ernesto» dopo la scissione con «Essere Comunisti» (fra di essi Fosco Giannini e Andrea Catone) e l'altro sostenuto da componenti dei comitati politici di diverse federazioni - sembrano convergere sulla tesi che Rifondazione comunista deve tornare alle origini, cioè essere un partito comunista integro, assumere «luci ed ombre» del passato, operare per una rottura della linea di «apertura» uscita dal Congresso di Venezia per un sindacato che si separi da una Cgil ormai «cislizzata» e, pur adoperandosi per una unità delle sinistre d'opposizione, non confondersi con essa. Sola apertura è, coerentemente, verso il Partito dei comunisti italiani.
Queste mozioni sono in netta discontinuità con il passato recente di Rc, per intenderci con Fausto Bertinotti, e pur apprezzando questo o quello dei movimenti, non intendono identificarsi con essi. Si tratta, se non sono troppo sbrigativa, di andare a un aggiornamento del Pci o meglio di un partito leninista. Anche l'analisi della fase è, salvo gli aggiornamenti, in continuità con la tradizione. Ed è al suo essersi appannata che i firmatari attribuiscono la sconfitta elettorale: Rifondazione comunista ha deluso coloro che aveva raccolto in nome di una storia e del suo simbolo.
Al centro della discussione sono, mi pare, le mozioni 1 e 2. La mozione 1 è presentata in stretto ordine alfabetico da Paolo Ferrero e molti del gruppo che era stato all'opposizione interna di Rc, come, fra gli altri, Claudio Grassi, Alberto Burgio, Nicola Nicolosi e ora anche Giovanni Russo Spena (mi scusino coloro che non nomino, è una nota personale e rilevo soprattutto coloro che conosco). Anche la mozione 1 insiste sugli errori di Rifondazione compiuti dal gruppo dirigente - errori dei quali tutti i firmatari si sentono corresponsabili, non è una mozione ingenerosa né vendicativa. Fra gli errori risaltano la non applicazione delle decisioni giuste del Congresso di Carrara, cui del resto tutti rendono omaggio, e quelle rivelatesi errate del Congresso di Venezia. Centrale fra di essi la sottovalutazione della contraddizione principale, quella fra «capitale e lavoro». Rifondazione si era presentata e affermata come il partito dei «senza mezzi di produzione», del proletariato nel senso moderno della parola, pensionati e precari, dei quali abbozza un'analisi. Traspaiono nelle pagine, secche e precise, la durezza dell'esperienza fatta da Ferrero come ministro nel governo Prodi - fermo nelle sue priorità ma leale nella sua condotta che ben poco ha potuto spuntare perfino di quel che pareva ottenuto nel programma dell'Unione - e la limpidezza culturale di un Alberto Burgio, Marx restando il suo riferimento e quella fra capitale e lavoro la contraddizione principale. Ne viene l'autoaccusa di tutti i firmatari di aver troppo contato sul «politico» rispetto al «sociale» e l'esigenza di tornare a lavorare prioritariamente su questo - senza però alcuna semplificazione del quadro. Quel che differenzia questa mozione dalle due ultime è che non si tratta di una pura e semplice riproposizione della tradizione, ma dell'impegno di afferrare la composita realtà del presente in chiave marxiana, e dalla parte dei lavoratori per primi. Essa non persegue alcuna rottura del sindacato, di cui critica duramente l'attuale orientamento, né del partito stesso di Rc, che auspica resti unito anche nella diversità, e per quanto riguarda la parte dei delegati che raccoglierà attorno a sé, a questo si impegna.
La mozione 2 infine, la più estesa, porta come prima firma Nichi Vendola e raccogliendo poi in stretto ordine alfabetico gran parte del precedente Fausto Bertinotti, Alfonso Gianni, Rina Gagliardi, Patrizia Sentinelli, altri. Questa mozione sembra scritta da una sola mano, quella di Vendola, con il suo andamento appassionato. E', mi sembra, la più articolata nell'analisi e nel rilievo dei mutamenti dell'assetto capitalistico, ma ne deriva che è venuto a fine la centralità del conflitto capitale-lavoro. E' il capitalismo stesso che farebbe emergere nuove soggettività rivoluzionarie, fra le quali preminente quella femminile, cui dedica non molto spazio ma righe più acute delle altre mozioni, e dell'ambiente come sfruttamento oggi diventato mortale delle risorse naturali. Il «passo» specifico di questa mozione è che non somma una questione con l'altra né le gerarchizza, implicando - credo - che esse attengono a piani diversi e non giustapponibili. Questo ne fa anche la mozione più aperta alle altre sinistre, e la più ostile a un semplice riflusso identitario, del quale mette in causa la stessa effettiva corposità. Non è del tutto chiaro la «forma partito» che ne deriverebbe, non limitata al rifiuto del «centralismo democratico», la pluralità delle idee essendo affidata soprattutto alla comunicazione, ma l'analisi che viene presentata non consentirebbe facili ricomposizioni verticali. Uno stesso tema è, d'altronde, ripreso sotto diverse angolazioni e non senza inciampare in qualche scoglio. Delle mozioni è la più vivace e problematica. Non esiterei a proporre al manifesto, che non è un partito, di aprire a una non generica discussione i punti che Vendola indica al capitolo III (non che non la meriterebbe la tesi principale delle mozioni «identitarie»): è il problema, dal giornale sempre riproposto e mai affrontato, della parola «comunista».
Insomma, dalle mozioni escono materiali di una elaborazione sui quali una Rc solida e meno indolenzita potrebbe anche vivere, dandosi tempo, e allargarsi solidalmente senza traumi catastrofici almeno nei limiti delle mozioni 1 e 2. Lo stile è, del resto, molto corretto. Ma in un corpo così duramente battuto le emozioni, le ferite inferte e ricevute, contano. Questo è un aspetto che si risolve o implode solo fra i protagonisti.
Due ultime osservazioni. Non c'è un documento né una traccia di elaborazione da parte delle donne di Rifondazione - intendo le femministe - che pure avevano avuto nel loro Forum una esperienza di lavoro comune più ricca che altrove. Alcune hanno firmato una mozione, alcune un'altra. Questo è davvero un limite, giacché una riflessione dalla loro ottica, e non solo su se stesse e non da un orizzonte troppo lontano - il conflitto fra i sessi e la differenza investono tutto ma nel medio e breve termine non spiegano quasi niente - sarebbe stata preziosa. Perché non dicono sul precipitare del quadro politico e sociale, e le culture che lo attraversano? Sarebbe prezioso per noi e per loro.
Ancora più bizzarro, anche se secondo me meno grave, il silenzio di Liberazione sulle mozioni e l'assenza di Liberazione nelle medesime. Eppure il giornale è stato più d'una volta oggetto di un contenzioso in Rc.
Per il resto si potrebbe discutere dello spazio dato alla situazione internazionale e alla globalizzazione, ma è comprensibile che il centro sia la situazione italiana: non sono libri, ma documenti su una sconfitta. E non è che di qualità ce ne siano troppi in giro. Almeno così mi pare. Spero che non sia una illecita ingerenza.
postato da: SanteCaserio alle ore giugno 10, 2008 09:41 | Permalink | commenti (18)
categoria:politica, prc
sabato, 07 giugno 2008

E dunque siamo giunti al modello americano, dove nel parlamento si confrontano due diverse visioni di amministrazione dello stato attuale delle cose.

Due medesime concezioni del mondo, che variano negli aspetti secondari ma rivendicano, anche con orgoglio, di perseguire gli stessi interessi di fondo. Ossia la gestione del mercato, la limitazione delle conseguenze negative del capitalismo del XXI secolo (che è il naturale evolversi di quello d'inizio '800).

Sembra quasi che l'imperialismo economico, lo sfruttamento di una parte del pianeta, il vivere al di sopra delle reali possibilità di un quarto della popolazione, l'appiattimento culturale, lo scontro fra reciproci fondamentalismi, siano aspetti dovuti alla cattveria umana. Sono semplici eccessi. Sarebbe un pò come concepire i gulag come semplice eccesso del socialismo sovietico. Non si capisce bene il perchè.

La concezione del mondo e l'attuale sistema produttivo ha insito nella sua natura quelli che chiamiamo eccessi. Non c'è discorso che regga. Nasce con i trust e l'unione banca-imprenditoria, che diventano perno fondamentali delle scelte governative. Così l'Italia, in periodo giolittiano, scelse i territori da attaccare seguendo direttamente direttive bancarie.

Gli USA sono il paese più indebitato del mondo, in mano ai cinesi, con un'economia basata sulla produzione di armi. L'economia statunitense è funzionale alla guerra, non è capace di sostenere lunghi periodi di pace. Non mi pare un'eccesso.

Il modello produttivo che si impose all'inizio del '900 è stato quello ricalcato anche dall'Unione Sovietica, che ha snaturato ogni contenuto rivoluzionario, portando alla stessa meccanizzazione dell'individuo. Nessun uomo nuovo è stato creato. Semplicemente macchine. Da una parte delle macchine che vivevano in funzione di un'Utopia, di una speranza, o sotto minacce oppressive, dall'altra macchine che vivono tutt'ora in funziona di una Coca Cola o una macchina, o sotto minacce oppressive. Contemporaneamente i padroni (non si possono più chiamare così?) si godono una ricchezza spropositata, pari ai privilegi di cui godevano i feudatari.

Se muiono tante persone di fame perchè siamo stati cattivi noi. Non per il sistema che accettiamo di non voler più cambiare. Però adesso abbiamo i concerti MTV, per cui non siamo più cattivi. McDonald cura i bimbi piccoli, quindi sono buono. Coca Cola uccide i sindacalisti sudamericani, ma lo fa solo perchè l'impiegato di là ha avuto problemi da piccolo, non perchè le aziende multinazionali hanno sistematicamente combattutto ogni forma di organizzazione sindacale, cercando di opprimere i suoi dipendenti, riducendoli a semplici ingranaggi, da rendere il più economici possibili.

Le imprese devono essere premiate quando rispettano le leggi sulla sicurezza sul lavoro. Premiare chi fa il proprio dovere suona strano. Ma pare che debba funzionare così. Il padrone inoltre non può essere costretto a tenere una condotta etica. Deve pensare al profitto lui. Mentre gli altri muiono schiacciati dalle presse lui ha un conto in banca da mantenere. Data la televisione, il frigorifero e la partita iva si è sistematicamente persa quella coscienza di classe che tanto faceva tremare le alte sfere, costringendole ad allearsi con i fascisti e gli imperialisti.

Non c'è più bisogno della violenza. Non c'è rischio di alcun bienno rosso. All'orizzonte si preannunciano solo inutili noglobal e pochissime proposte di cambiamento.

La strada è lunga... occorre cercare di ricostruire una coscienza di classe, una visione radicalmente alternativa e completa del mondo, collegando la singola battaglia locale con la rottura dell'ingranaggio planetario, riscoprendo quel compito storico che Gramsci aveva assegnato alle èlite intellettuali.

Torniamo a parlare di compiti storici e di lotta di classe. In termini chiari e diretti. Vediamo chi trema.

immagini liberamente tratte da;

http://www.lanternerosse.it/capitalismo.jpg

http://www.lacoctelera.com/myfiles/leningrado/imperialismo2.jpg

http://static.flickr.com/3/4265327_8f3b367d2e.jpg

http://www.ladestra.info/public/wordpress/wp-content/uploads/2008/04/usa.jpg

postato da: SanteCaserio alle ore giugno 07, 2008 06:50 | Permalink | commenti (11)
categoria:politica